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PERSONALE E POLITICO: "Mon pays et Paris"

Pubblicata il 24 giugno 2013

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Giovanna Zanarini (Giannina) a venti anni (1922)
“J’ai deux amours mon pays et Paris...”
Quando mia madre cantava a mezza voce quella canzone che ora posso riascoltare nel gorgheggio un poco stridulJoséphine Bakero di Joséphine Baker, della vita da lei vissuta prima che io nascessi avevo un’idea molto vaga. Ma procedendo in avanti nel nostro tempo, accade anche di inoltrarci a ritroso dentro il passato di chi ci ha amato, e quasi lo incorporiamo. Non senza fatica e dolore. Così, con una certa lentezza, la storia di Giovanna Zanarini, “Giannina”, mi è venuta incontro, tassello dopo tassello, in un disegno che cerco di integrare consultando archivi pubblici e carte private, riordinando indizi e memorie.

Imolese e figlia di anarchici, divenne comunista. Era rimasta assai presto orfana del padre fornaciaio e sui vent’anni andò pure lei a fare l’operaia alla fornace. Volle però imparare un vero mestiere, e d’inverno, quando alla fabbrica di mattoni mancava il lavoro, frequentava un noto laboratorio di pellicceria. Fu questo mestiere che in Francia le consentì nei momenti difficili di guadagnare il pane anche per il suo compagno. Lui, Ezio Zanelli, aderente fin dal 1921 al Partito Comunista d’Italia e ricercato dalla milizia fascista, aveva abbandonato Imola nell’ottobre 1926. Lei era rimasta ancora, ben nove anni, mentre il fascismo si consolidava al potere e conquistava un consenso crescente. Più volte, con alcune amiche e compagne, aveva promosso azioni di propaganda contro il regime, come quando, durante la processione della Madonna del Piratello, confusa tra la popolazione che accorreva sempre numerosa ai riti delle rogazioni, aveva disseminato volantini antifascisti.

Ma poi, nel 1935, Giannina aveva fatto la scelta di andarsene via dall’Italia.
In tutti quegli anni aveva continuato a ricevere lettere da Ezio. A dire il vero qualcuna si era persa per strada e, finita nelle mani della polizia, ora giace nel fascicolo 22063 del Casellario Politico Centrale. Altre invece le furono recapitate attraverso sistemi ingegnosi. I due, infatti, come tutti gli innamorati segreti e i cospiratori, avevano trovato la maniera di eludere la curiosità dei poliziotti. Amici fidatissimi, ma fuori del campo di sorveglianza attivato dagli agenti del regime, ricevevano lettere con messaggi scritti in inchiostro simpatico e destinati a lei. Una volta Ezio le aveva dato persino un appuntamento, a Firenze. Là, abbastanza lontani da occhi indiscreti, avevano riannodato il legame e preso accordi per ricongiungersi: Giannina avrebbe tentato di ottenere un passaporto per l’espatrio.

Giovanna ZanariniImmagino che cosa potesse significare allora, per una donna ancora abbastanza giovane, lasciare un quartiere popolare e periferico di una piccola città di provincia, in un paese ormai completamente fascistizzato, per andare a respirare in orizzonti vasti e liberi. Parigi! Come resistere al fascino della Ville Lumière, all’idea di unirsi a Ezio per sempre? Andare là era l’unico modo per non perderlo. L’avranno, io credo, assalita dubbi, avrà provato anche rimorso. La madre, Carolina Fuochi, era anziana, e non avrebbe potuto durare a lungo a guadagnarsi il pane col suo lavoro di lavandaia. Già anni prima, verso la fine del 1930, aveva perso il sostegno del figlio più giovane. Forte e bello, gran sorriso e larghi occhi chiari, Alfredo aveva un lavoro sicuro alla Cooperativa Ceramica, ma era dovuto scappare, espatriare in Francia perché ricercato. Ora, senza Giannina, Carolina sarebbe rimasta sola. I figli più grandi, Augusto Campomori e Giuseppina, erano sposati, avevano diversi figli e vivevano in ristrettezze. Chissà se la mia povera nonna si sarà consolata pensando che la sua Casellario Politico Centralepiccola Gianna avrebbe potuto abbracciare per lei l’amatissimo ultimogenito, di cui sapeva che era riuscito a stabilirsi a Lione.

Ma Giannina a Parigi voleva andare, e a Lione non si fermò. Non quella volta.
La Questura le aveva rilasciato un passaporto regolare, un passaporto turistico - tre mesi di validità - nella speranza forse di seguirne gli spostamenti e scovare dove se ne stava Zanelli che, lo sapevano bene, continuava a fare incursioni clandestine in Italia per cospirare contro lo Stato. Conoscere le sue basi francesi sarebbe riuscito molto utile. Da quel momento anche Giovanna Zanarini ebbe il suo dossier nel Casellario Politico Centrale col numero 127593. Qui, solerti impiegati appiccicarono la bella foto dell’ultima carta d’identità trasmessa dalla Prefettura di Bologna all’autorità romana, e cominciarono a prendere nota di quel poco che si riusciva a sapere di lei, anno dopo anno, fino al suo rientro in Italia, molto dopo, nel luglio del ’43.

Giovanna ZanariniLe prime stagioni a Parigi della piccola fornacia-pellicciaia imolese furono piene di emozioni. Dopo che le elezioni della primavera 1936 avevano sancito la vittoria del Fronte popolare, un clima gioioso attraversava la Francia. Una vita libera e felice sembrava alla portata di tutti. Nell’estate Giannina fu con Ezio alle feste politiche e sportive che si celebravano nei villaggi della cintura parigina: a La Courneuve, a Choisy-Le-Roi, a Garches, dove nel luglio di quell’anno si svolsero gare preolimpiche.
Giovanna Zanarini con Tina LuceQuando Ezio era impegnato nelle sue missioni, Giannina non era certo sola. A Parigi da qualche anno viveva anche Santa, detta Tina, l’amica imolese che aveva congiunto la sua vita con quella di Giuseppe Dozza, compagno attivissimo come Zanelli, come lui impegnato nella spola tra Francia e Italia. Tina e Giannina partivano insieme nelle belle giornate di maggio o di giugno e andavano a Versailles, a Fontainebleau. Prendevano con loro la piccola Luce/Lucetta Dozza, una bimba di sei-sette anni, che non mancava di posare nelle foto, vicino alla mamma. Nel quartiere parigino dove Giannina abitava c’erano tanti altri italiani, immigrati per motivi politici, antifascisti di vario colore e certo qualche spia da cui guardarsi: Ménilmontant, un sobborgo lieto, dove cantavano ancora i versi di Aristide Bruant, e presto si sarebbe udita la voce di Charles Trenet.Giovanna Zanarini
Nessun canto però si impresse con tanta forza nella memoria di Giannina quanto quello di Joséphine Baker, la bella meticcia di St Louis, l’afroamericana che in quegli anni dominava le scene parigine, con la danza del suo corpo seminudo e gli acuti della sua voce: Joséphine, una straniera venuta di lontano e ormai perdutamente innamorata di Parigi, quasi come Giannina...

Giannina in Spagna sul mare di Valencia (luglio 1937)Poi troppo presto un vento caldo, forte e crudele cominciò a spirare sulla bella Francia. Veniva dalla Spagna, dove nel luglio del 1936 un pronunciamento militare contro la Repubblica aveva scatenato la guerra civile. Ezio chiese al suo partito di essere inviato laggiù in missione. Era l’estate del 1937, Giannina andò con lui, e con lui lavorò a Radio Madrid, nelle emissioni di propaganda in lingua italiana. Di laggiù mia madre non portò ricordi di canti, ma una immagine vivida e luminosa: un treno che sotto i bombardamenti procedeva con lentezza ai bordi degli aranceti carichi di grossi frutti splendenti come piccoli soli. Per ore e ore furono cibo e acqua per la fame e la sete di chi attraversava quella terra martoriata.
Due anni dopo, sconfitta in Spagna la causa repubblicana e antifascista, Ezio e Giannina, rientrati a Parigi, provarono a riprendere la loro vita di prima. Fu un altro vento, quello che veniva dalla gelida Russia sovietica e stalinista, che li spinse lontano dalla Ville Lumière, nell’esilio più duro e più triste di Lione.

(Giuliana Zanelli)


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