Cambiavento

PERSONALE E POLITICO: "Le tracce di un sovversivo"

Pubblicata il 25 luglio 2013

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Alfredo Zanarini ricercato
Di Alfredo Zanarini, la cui foto segnaletica comparve sul Supplemento al N. 29 del Bollettino delle Ricerche del ministero dell’Interno, 5 febbraio 1931-IX, sono in grado di raccontare cose che l’occhiuta polizia fascista non riuscì mai a sapere.
Era tra i pochi sfuggiti alla grande retata compiuta a Imola nel novembre del ’30. All’origine del disastro, l’arresto in Bologna di Vincenzo (Cino) Moscatelli, inviato in Italia dal Partito comunista col compito di rianimare l’opposizione clandestina al regime. Vere e proprie falle si erano velocemente prodotte in un’organizzazione cresciuta troppo in fretta. In tutta l’Emilia Romagna gli arrestati furono centinaia. A Imola se ne contano 89. Deferiti al Tribunale Speciale, in parecchi subirono condanne al carcere. Ma Zanarini, capo di una “cellula” cui afferiva un certo numero di giovani, si era reso irreperibile, e la Divisione generale della Pubblica sicurezza aveva recepito sul Bollettino le informazioni della Questura: “Zanarini Alfredo, fu Pietro n. 8.9.905 a Imola, ivi domiciliato, ceramista. Comunista da arrestare e tradurre a Bologna”.

Alfredo ZanariniNella foto ricavata (si direbbe) dall’ultimo documento di identità, Alfredo rivolge all’obbiettivo uno sguardo serio e un poco stupito, come se da un angolo remoto della sua mente affiorasse nei larghi occhi chiari, spalancati sotto la fronte ampia e i folti capelli scuri, una domanda: “e adesso che mi accadrà?”. Solo una manciata d’anni dopo avrebbe potuto raccontare l’avventuroso percorso per cui dalla provincia romagnola era approdato alla Ville Lumière, di là a Mosca, quindi di nuovo in Francia: una vera e propria peripezia che emerge a intermittenza da altre foto, dediche, e annotazioni della polizia italiana nel fascicolo aperto a suo nome: n. 86955 del Casellario Politico Centrale.

Per raccontare i fatti dal principio, mi affido ancora alla voce viva di Cesare Fuochi. Registrata molti anni fa, la sua testimonianza si è conservata nonostante il vorticoso mutare delle tecnologie. Se oggi posso riascoltare la conversazione che ebbi allora con Cesare, lo devo alla cura che gli anarchici imolesi dell’Archivio Fai portano verso questo pezzo di storia.
Cesare mi parla in dialetto: “tu ziì l’era e’ cusè dirèt de mi bàb…”. Il suo ricordo fluisce chiaro, appassionato, e mi porta a un’alba di novembre del 1930. Zanarini era già al lavoro la mattina che la polizia andò a cercarlo alla Cooperativa ceramica. Lo salvò la prontezza del compagno della portineria: “no, disse, l’operaio Zanarini ha finito il suo turno alle quattro; monterà di nuovo nel turno di notte, se gli vogliono parlare…”. Appena i militi se ne andarono, il compagno corse subito in reparto ad avvisarlo, perché scappasse. Da quel momento fu l’impegno rischioso e prudente di tante persone generose, della famiglia Fuochi in primo luogo, a comporre la trafila segreta che condusse il ricercato in salvo oltre la frontiera.

Alfredo Zanarini con Maria BriniAlfredo, fratello di mia madre e di pochi anni più giovane, era veramente un bel ragazzo. A Imola aveva lasciato una fidanzata, una piccola minuta operaia, ceramista anche lei: Maria. L’ho conosciuta. Mia madre le era fortemente legata. Il perché l’ho capito lentamente, rintracciando i fili di varie esistenze, cominciando a connettere frammenti di storie famigliari. E un giorno, a casa di parenti di Maria, tra le tracce che si conservano di questo amore imolese, ho trovato anche quelle, fino ad allora ignote, del soggiorno di Alfredo Zanarini nella Russia sovietica.

Casellario Politico CentraleA Imola, il “comunista pericoloso” - tale è qualificato nella scheda del Casellario - aveva inviato presto sue notizie. Nel febbraio, infatti, la polizia lo segnalava a Parigi, “da dove ha inviato una cartolina datata 7.2.1931”. Sono gli stessi giorni in cui viene spedita alla fidanzata una bella foto ritratto di lui, così dedicata: “Alla cara Maria per essere ricordato. Tuo per la vita. Alfredo. Parigi 9.2.31. Baci”. Promesse che il destino si incarica talvolta di correggere. In quali tempi e modi Zanarini passò in Russia, non so ricostruire.Alfredo Zanarini Nell’inverno 1932/33 era a Mosca, dove si faceva fotografare nella pesante divisa invernale delle guardie rosse: cappottone e grande berretto appuntito, stella (rossa?) sopra la visiera. Per due volte inviò a Maria la medesima foto con data e dedica. E la polizia italiana, che non ne seppe nulla, annotò più tardi: “Per molto tempo fu difficile avere notizie del suo recapito, e poi nel 1933 lo si individuò a Lione per una di lui lettera revisionata datata 9.5.1933 che Casellario Politico Centraledava come recapito il Café des Alpes-Rue Ney sotto il nomignolo di Dupont”. Da allora, per anni, la polizia del regime poté nutrire il fascicolo n. 86955 “revisionando”, cioè intercettando e ricopiando prima di inoltrarle, le lettere che egli scriveva alla madre Carolina Fuochi e indirizzava - inutile precauzione - alla famiglia Peppi.

Da questa corrispondenza proviene probabilmente anche l’istantanea dell’estate 1934 conservataAlfredo Zanarini a Lione nell’album di casa: un ritaglio, sufficiente tuttavia a documentare che nell’agosto di quell’anno Zanarini era in buona salute e si trovava sul greto ghiaioso di un fiume non lontano da una ricca macchia di alberi e cespugli. Accosciato, torso nudo e sigaretta in bocca, posa con i suoi compagni di idee attorno a un foglio di propaganda e testimonianza: “Voce operaia”. Sul contesto non ho dubbi: siamo a Lione o nei pressi, nel milieu dell’emigrazione politica antifascista particolarmente nutrita e solidale in quella grande città, luogo di approdo per i tanti profughi che varcavano le Alpi. La fotografia, certamente intera all’origine, porta sul rovescio la data e la seguente dedica mutilata dal taglio: “[Alla] cara mamma [per] ricordo [vostro] figlio Alfredo”.

Dalle annotazioni raccolte nel CPC, dalle lettere sue o dei suoi corrispondenti ivi custodite in copia dattiloscritta, so come Maria rinunciasse a espatriare, non avendo ottenuto il passaporto. E poco dopo Alfredo incontrò a Lione una donna di origine italiana, Anna Paglia: da lei ebbe figli, una discendenza Zanarini che prosegue in Francia. La piccola operaia imolese seppe, ma non volle Alfredo Zanarinidimenticarlo, non si sposò, e continuò a lavorare, infaticabile, alla Ceramica. Fu quella lunga fedeltà all’innamorato di un tempo e alle idee politiche di lui, a rendere così intenso il legame tra lei e mia madre, la sorella di Alfredo: Giovanna detta “Giannina” e Maria, due donne che nella loro maturità si consolarono insieme della medesima Alfredo Zanariniassenza. Alfredo non tornò mai più in Italia. Le tragedie d’Europa lo avrebbero trascinato in altre peripezie. Nel 1936 fu in Spagna, combattente garibaldino per la Repubblica e ferito tre volte. Nel 1944, arrestato dalla polizia di Vichy e consegnato alla Gestapo, fu deportato in Germania. Di là tornò in Francia, alla sua famiglia, minato nel fisico e nel morale. Preferì morire francese a soli 50 anni.

Di quest’uomo che ha consumato la vita dentro un’idea, altre cose potrei raccontare. Ma ne aggiungo una sola, ed è una specie di leggenda. Un giorno, credo del 1943, il marinaio italiano Pietro Gasparri, figlio di Giuseppina Zanarini, fatto da poco prigioniero degli Inglesi (e fu una fortuna) percorreva assieme ad altri commilitoni non so quale strada tra Libia e Tunisia alla volta di un campo di raccolta, quando un camion di soldati di un altro esercito li incrociò, e a un tratto, da uno che stava sul camion, si sentì interpellare con questa domanda beffarda: “Marinaio, allora cosa fa Mussolini?”. Un lampo: il prigioniero “riconobbe” lo zio.
Che fosse lui, è piuttosto improbabile. Ma perché chiedere a Pietro di rinunciare alla consolazione di quell’incontro nordafricano? Come avrebbe potuto scambiare lo sguardo chiaro e luminoso di Alfredo, che aveva conosciuto e amato, e il suo timbro di voce, con quelli di un altro? Piangeva ogni volta che lo raccontava. La Storia ha cunicoli segreti, passaggi stretti e insospettati, che solo il caso o la pazienza di chi cerca - per amore, odio, rimpianto - riesce qualche volta a trovare.
(Giuliana Zanelli)


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