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PERSONALE E POLITICO: "Confino a Guardiaregia"

Pubblicata il 20 agosto 2013

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Guardiaregia oggi
Libero Zanelli schedato al CPCGuardiaregia, m. 730 sul livello del mare, un piccolo comune annidato nell’Appennino del Molise ai piedi di un montagnone che si innalza oltre i 1800 metri, verdissimo, pieno di querce e di faggi: il luogo dove sotto il fascismo Libero Zanelli, fratello di mio padre Ezio, venne confinato per alcuni anni. Questa storia di famiglia è anche una storia italiana, e ne parlo ora col rammarico di non avere approfondito a suo tempo la vicenda con gli zii. Posso tuttavia raccontarla, componendo i ricordi di conversazioni occasionali con le notizie contenute nei fascicoli della polizia politica presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma.

Una volta sono andata apposta all’Eur, il grande quartiere di fondazione mussoliniana, a sfogliare i voluminosi dossier del Casellario Politico Centrale (CPC), dove anarchici, comunisti, repubblicani, socialisti, sovversivi o antifascisti generici, hanno lasciato involontarie tracce della loro vita. Come “persone pericolose per la sicurezza dello Stato”, erano incappati nella sorveglianza del regime e tenuti d’occhio dalle autorità aiutate da zelanti informatori. Scheda di Libero Zanelli al CPCLe lettere che scrivevano o che venivano loro indirizzate erano intercettate e ricopiate. In quegli anni per la riproduzione dei documenti non c’era altro che la fotografia o la macchina da scrivere, ma la polizia se ne avvaleva con diligenza producendo copie su copie che andavano a nutrire i dossier. A Roma, nel cuore del sistema poliziesco del regno d’Italia, gli addetti raccoglievano ordinatamente quanto veniva inviato da questure e prefetture, e là anche Libero Zanelli, schedato come comunista, ebbe a un certo momento il suo fascicolo: n. 127640.

Dopo la fuga di Ezio sottrattosi alla cattura nell’ottobre 1926, Libero, di due anni più giovane, si era trovato con la responsabilità della madre Antonia Sassi, vedova e di salute malferma, e della sorella diciottenne dall’originale nome di Giralda. Molto corteggiata e più interessata al ballo che alla politica, Giralda era di carattere ardito e a suo modo ribelle. Quando nell’autunno del ’26 la posta di casa Zanelli cominciò a essere controllata dall’autorità che cercava tracce di Ezio, le lettere - comprese quelle dei corteggiatori di Giralda - andavano direttamente dall’Ufficio postale alla caserma dei Reali CC. Così toccava al capitano convocare la ragazza per consegnarle la corrispondenza. L’ufficiale l’accoglieva e le allungava le buste già aperte non senza commenti ironici circa la varietà e il numero dei mittenti. Giralda assumeva allora quell’aria di sfida che più tardi ho potuto conoscere anch’io. E mentre nei suoi occhi verdi di gatta si accendevano piccoli e fulminei bagliori, per nulla intimorita rispondeva poche e dirette parole a chi si intrometteva così nelle sue storie amorose. Il ricordo della notte in cui, dopo che il fratello maggiore era sfuggito alla retata, era stata illegalmente trattenuta in cella con la madre e l’altro fratello, le dava la spinta giusta. Schiena dritta, prendeva le sue carte e con mossa sicura ruotava piedi, fianchi e spalle. Per qualche secondo offriva all’ufficiale che la guardava da dietro la scrivania il profilo pieno del suo busto. Poi via, fino a casa, senza voltarsi e senza fretta: più che leggere i dispacci dei “filarini”, le importava di sostenere impassibile quelle odiose prevaricazioni.
Giralda con il fratello Libero
Ma Libero un contegno del genere non poteva certo permetterselo, e stava quieto badando al suo lavoro di tipografo. Riceveva, assieme alla mamma e alla sorella, lettere di Ezio provenienti dall’Unione Sovietica. E in effetti, non senza rischiose peripezie attraverso vari paesi d’Europa, Ezio era approdato a Mosca. Non vi soggiornava però in maniera continua come credevano i familiari, che lo speravano al sicuro nel paese del socialismo. Per lunghi periodi rientrava in Italia sotto falso nome, a ritessere la rete dell’organizzazione comunista. Tra il fuggiasco e la famiglia il rapporto epistolare, pur intermittente, era sufficiente a tenere il filo. “Caro fratello, quello che prevedevo da tempo è avvenuto: siamo nella quasi impossibilità di avere corrispondenza ... A te affido il compito sul quale ho sempre insistito: abbi cura della mamma, abbi cura della sua salute! Fa’ in modo che ... non si affligga oltre misura. Tu stesso sai quanto è per me penoso sapere la mamma in continua agitazione per quello che accade a me. Mia maggior pena è quella appunto di saperla soffrire per mia colpa ... un giorno, presto o tardi, saremo assieme e felici. Avvenga quello che voglia avvenire, noi ci rivedremo! Alla sorella non ho bisogno di dire nulla per indurla ad essere all’altezza del suo compito presso la mamma, spero che essa ... avrà ... saputo adattare un po’ il suo caratteraccio alle esigenze del caso”.
Datata ai primi di aprile del ’28, è una delle tante lettere intercettate dalla polizia e ricopiate a macchina prima di essere “normalmente” inoltrate ai destinatari in modo che non si accorgessero di essere controllati. A volte mi pare di sentirlo il ticchettio dei tasti su cui picchia il poliziotto, indifferente o curioso. Partecipe, non credo. Gli sono tuttavia grata del lavoro compiuto, perché così so che in questa dolorosa lontananza i miei sono rimasti in contatto, e posso leggere nei fascicoli del CPC le parole di affetto che si scambiavano.

Fu solo a guerra finita che i fratelli Zanelli si ritrovarono, e molte cose erano mutate in famiglia. Libero e Giralda si erano entrambi sposati nel 1933. Antonia Sassi, che avendo in casa una giovane nuora Libero Zanelli a Guardiaregiaera stata sollevata dalle fatiche domestiche, aveva però ceduto al male, ed era morta una mattina di maggio del ’34, poco dopo aver salutato la Madonna del Piratello che rientrava alla sua basilica. Gli anni seguenti segnarono poi una specie di diaspora: nel 1935 la fidanzata imolese di Ezio, Giannina, espatriava in Francia per raggiungerlo; nel 1936 Giralda emigrava in Africa, all’Asmara, dove il marito aveva trovato lavoro; l’anno dopo, in primavera, Libero, cui era stata intercettata una corrispondenza “sovversiva” diretta a Parigi a Giannina, fu arrestato e venne condannato al confino.
Annotato nelle carte romane trovo che, secondo informazioni pervenute alla polizia, Libero Zanelli “si sarebbe incontrato in varie riprese, sul lago di Garda, col fratello Ezio fuoriuscito”, e che “mentre trovavasi nelle carceri di Bologna avrebbe spavaldamente riconfermata la sua fede comunista dichiarandosi orgoglioso di essere stato assegnato al confino di polizia per cinque anni...”. Nella circostanza dell’arresto aveva ammesso di avere “ascoltato le radiotrasmissioni rosse sugli avvenimenti della Spagna”. Ma il riscontro delle date mi fa dubitare che possa avere udito la voce del fratello.

Maria RestaIl primo confino di Libero fu decretato alle Tremiti, poi non so come (dovrei andare di nuovo a consultare il dossier) venne spostato a Guardiaregia, un paese di circa due mila abitanti servito da una stazione ferroviaria molto attiva. Fu lì che poté raggiungerlo la moglie, Maria Resta. Assai graziosa, la giovane donna di origine contadina aveva frequentato nella sua adolescenza le “Figlie del Lavoro”, un’associazione imolese che, per dare un mestiere alle fanciulle di modesta origine sociale, organizzava una scuola di Libero Zanelli a Guardiaregiaricamo, arte in cui Maria conquistò una notevole abilità. Con le sue mani piccole e attente sapeva creare raffinatissimi lavori: tovaglie e lenzuoli, corredi da sposa con sottovesti di seta, camicie da notte e altra biancheria intima. Durante il soggiorno molisano, il ricamo consentì a Maria di integrare il magro reddito del marito e soprattutto di socializzare con le donne del paese.

Di questa storiLibero Zanelli a Guardiaregiaa, oltre ai racconti di famiglia e ai documenti polizieschi, mi rimangono alcune fotografie, imperfette e vere come solamente le istantanee lo sono. Furono scattate a Guardiaregia quando GiraldaLibero Zanelli a Guardiaregia vi si recò a trovare il fratello (nel ’39, al rientro dall’Africa?), e ritraggono con lei chi l’aveva accompagnata nel viaggio: la mamma adottiva, Stella Contavalli, ovvero “Stelìna”, una popolana della strada del Carmine, socialista di pensiero e di azioni, che alla sfortunata famiglia Zanelli fu sempre vicina in molti modi. E nel dopoguerra, nel gennaio1950, fu insignita del premio della bontà erogatole dal Comitato provinciale dell’Eca. Ne fa fede la stampa d’epoca. (Giuliana Zanelli)



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