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PERSONALE E POLITICO: "La zia Pipócia e il soldato tedesco"

Pubblicata il 24 settembre 2013

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Liliano in tuta da aviere
Alla fine questa storia debbo scriverla. Una storia piccola e qualsiasi, per le tante che scritte non lo saranno mai. Eguale e diversa, come gli uomini tra loro.
Mio cugino Liliano io non l’ho mai conosciuto. Un giorno è tornato a casa dentro una cassetta di zinco coperta da una bandiera tricolore. Non proprio a casa, ma alla basilica del Piratello, all’ingresso del cimitero che sta quattro chilometri a ovest della nostra città. Le sue ossa, sono tornate. Quelli che l’aspettavano (io ero là con mia madre), e videro scaricare quella cassettina dalla camionetta militare, e videro i soldati irrigidirsi nell’attenti, non batterono le mani come si fa oggi ai funerali, una cosa nuova e strana. Non pregavano neanche, credo. Certo mia zia piangeva, e piangevano il padre, le sorelle e i fratelli, loLiliano Gasparriro che l’avevano conosciuto.

Io l’ho solo visto in fotografia, Liliano. Il suo cognome non è lo stesso del mio, perché i cognomi delle donne si perdono e noi siamo cugini da madri sorelle. La foto che hanno messo sulla lapide lo ritrae nella sua divisa di aviere. Guarda davanti a sé cogli occhi chiari che vengono dalla parte che ci apparenta, quegli stessi occhi che incontro in altre foto di zii e cugini lontani e, nel ricordo, sul volto di mia madre, che li aveva più grigi, un po’ freddi e severi. Quelli di Liliano appaiono invece smarriti. O forse l’aria di tristezza viene dalle sopracciglia inclinate agli orli e lievemente convergenti verso la fronte.

Questa foto non l’ho vista solo al cimitero, ma anche priAviere Liliano Gasparrima e dopo, quando andavo a casa di mia zia, che era poi la casa da cui Liliano era partito. Se la casa ora non c’è più non è perché fosse una catapecchia. Anzi. Era un gran bel palazzo, al limite settentrionale della città, non lontano dalla linea dei viali e dei canali. A memoria direi che era un edificio del Settecento. Per ingresso aveva un ampio androne, da cui una scala a due rampe, posta sulla destra, portava al piano nobile; in fondo, si allargava una bella corte chiusa da un muro con al centro una specie di arco trionfale oltre il quale stava un vasto spiazzo polveroso, rasentato da un viale cittadino. In un angolo della corte, una fontana – cioè un rubinetto – forniva acqua agli abitanti del palazzo; quasi di fronte, dietro un uscio un po’ malandato, ad altri bisogni provvedeva la latrina o gabinetto: uno per tutti.

Il palazzo, di proprietà comunale e sede del dormitorio pubblico, era abitato da gente povera, con famiglie numerose: un rifugio definitivo o provvisorio per chi non poteva permettersi di più, un formicolante “casermone” come ce n’erano altri nella città, vecchi maestosi edifici, conventi dismessi coi loro chiostri, gli immeLiliano Gasparrinsi corridoi e i refettori in abbandono.
La famiglia dei miei cugini stava dunque in questo palazzo, in una sola grande stanza a piano terra con una zona notte in fondo e una zona giorno dalla parte dell’ingresso: tavolo, stufa, credenza, comò. Una bella stanza con soffitti alti, volte a crociera che scandivano, separandole in qualche modo, le due zone, e un finestrone che dava sulla corte.

L’edificio, contiguo alla chiesa di San Giovanni Battista e poco distante dal macello dove mio zio lavorava, era noto con il nome di “Forni”. Si chiamava così perché un tempo vi avevano sede i forni pubblici predisposti dalla Comunità per calmierare i prezzi della panificazione. E quando ero piccola c’era proprio ancora, con accesso dalla spianata sul viale, un forno dove ho visto fare gli zuccherini al rosolio per le nozze di una sorella di Liliano. Ma lui era già morto da un pezzo.

Non so se qualcuno abbia mai scritto su quell’edificio, che pure è parte della storia cittadina. Chi ci ha abitato è morto, o è andato a vivere da un’altra parte e chissà se ama ricordare quel quadro di miseria. Io dei Forni ho un ricordo vivo e bello, soprattutto di serate estive, quando seguivo mia madre in visita a sua sorella, e potevo finalmente uscire dalla solitudine cui mi confinavano le stanze di vicolo Inferno, nel centro della città, e intrupparmi con altri bambini e ragazzini miei coetanei a giocare: “lettera o testamento”, carampina, filastrocche e girotondi, ma soprattutto “nascondino” (noi dicevamo “fare alle acute”), formidabile gioco-pretesto per infilarsi nei labirinti del palazzo, andare su e giù per cortiletti e scale di case vicine: un’esplorazione che il buio rendeva assai eccitante.

I Forni, progetto di restauroNonostante qualche passeggera velleità di restauro, alla fine degli anni cinquanta il bel palazzo è Dove erano i Fornisparito sostituito da un gigantesco, brutto e anonimo condominio che ha invaso anche l’ampia spianata retrostante giungendo a filo del viale, dove lo vediamo oggi: un insulso parallelepipedo. In previsione di questa operazione edilizia, anche mia zia, il marito, e mia cugina - la sola figlia rimasta in casa - erano stati contenti di andare ad abitare in un appartamento come si deve, con le sue comodità. Era l’ora che tutti si cominciava a stare un po’ meglio.

Ma quando Liliano se ne era andato per l’ultima volta dai Forni, in famiglia erano ancora in tanti: oltre ai genitori, due sorelle e un fratello, tutti più piccoli di lui. Un altro fratello, di un anno circa più giovane, era pure militare, in marina però, lontano, in Africa, e già prigioniero. Degli inglesi. Liliano, invece, sarebbe stato fatto prigioniero dai tedeschi, poco dopo che aveva salutato i suoi, nei giorni burrascosi di quella fine estate 1943. Io non c’ero, benché fossi ormai vicina a nascere, e me l’hanno raccontato. Era venuto in licenza, e non voleva rientrare al reparto, l’aviere Gasparri, di stanza a Verona. Disertare? Nascondersi. Poi, magari, andare a fare la sua guerra, da partigianoFrammento di corrispondenza.... Sarebbe morto uguale, forse. Invece partì, nella sua divisa di aviere, e fu preso. Divenne un internato militare italiano, uno dei seicentomila. Aveva 22 anni.  Delle poche cartoline che scrisse rimane un frammento. La certezza che fosse morto l’avemmo nel gennaio del 1946: «Ministero Assistenza post-bellica. Ufficio staccato Alta Italia. Al Signor sindaco di Imola. Oggetto: decesso ex internato Gasparri Liliano di Luigi, classe 1921. Abbiamo il vivo dolore di trasmettervi... Vi preghiamo di voler comunicare la dolorosa notizia ai familiari del Caduto... ».

Kassel, Germania, è un migliaio di chilometri a nord di qui. Liliano è morto là, e precisamente a Bettenhausen, sepolto - dicono i documenti ufficiali - nella tomba VI-abt./60/164. Morì il 19 aprile 1944, dicono sempre i documenti, «in seguito ad un attacco aereo». Voglio crederlo. Non voglio pensare al peggio, per mio cugino, in quel campo di cui si raccontano brutte storie di feroci repressioni. Voglio pensare che sia veramente morto nel corso di una delle tante incursioni anglo-americane, come quelle che falciavano la vita di donne e uomini, là e qui. E poi non è per questa morte che mi sono decisa a scrivere, ma per un’altra storia che mi hanno raccontato.

Fu un giorno, che forse Liliano non era ancora morto. È mezzogiorno passato. La gente, anche nei Forni, si è alzata da poco da tavola, secondo le consuetudini di allora, e gli uomini - quelli che l’hanno - rientrano al lavoro. Le donne sgomberano, si apprestano a riordinare la cucina e gettano di tanto in tanto un’occhiata fuori, oltre il cortile. La colonna dei soldati tedeschi da qualche ora è ferma lungo il viale. Una sosta prima di partire per chi sa dove. Chiacchierano, ridono, scherzano come ragazzi nella loro lingua incomprensibile. La gente dei Forni li guarda, con circospezione, li spia con diffidenza. Anche mia zia si affaccia sull’uscio di casa. E improvvisamente lo vede, quel soldato tedesco, che si è staccato dal gruppo e se ne sta in disparte. Lo vede, ed è come se vedesse il suo Liliano. Allora torna dentro. Nel fondo del pentolone di alluminio che sta ancora sul fornello è rimasto un poco di minestra. Un piatto. È già qualcosa. E mentre versa quel mestolo di roba, ha in mente il suo Liliano ch’è in Germania prigioniero. Esce.

Non so che cosa può aver pensato il soldato tedesco di quella grossa italiana vestita di nero che gli allunga un piatto di minestra, se ha detto qualcosa. Sono sicura che aveva fame, e avrà mangiato. Ai piani alti, dietro le finestre dei Forni, c’è chi ha visto. Stupiscono le vicine di casa, sussurrano. Che gesto è mai stato quello? «Mo cs’aviv fat, Pipócia?». Che cosa avete fatto, Giuseppina? Che cosa ho fatto? Solo allora la zia se lo chiede, solo allora capisce. E risponde nel suo bel dialetto che io non so scrivere: «Se una mamma tedesca fa la stessa cosa col mio Liliano, io sono contenta».
Fu un gesto saggio, anche se Liliano non è più tornato.
Fu un gesto saggio che dura e ancora allevia la pena della guerra.

(Giuliana Zanelli)

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