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VENDUTI O COMPRATI? "Giornalismo locale? Ma mi facci il piacere!"

Pubblicata il 21 novembre 2013

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VENDUTI O COMPRATI? "Giornalismo locale?  Ma mi facci il piacere!"

Credo che presunzione principale che sta ledendo la categoria e che è radicata da tempo, forse da sempre, è che tutti sappiano scrivere. Il problema è che non è vero. Non è vero perché alcuni, anche tanti, non hanno idea delle regole grammaticali, anche le più semplici, o  le hanno smarrite nel tempo, perché alcuni pensano che la semplificazione dovuta per rispetto alla signora Maria che, leggendo, deve poter comprendere ogni cosa, non significa buttare lì due frasi brutte e senza logica con parole chiare si, ma composte in modo oscuro, perché per scrivere un articolo serve ordinare  i contenuti in una modalità diversa da quella che si usa nel compilare la lista della spesa.

 

Per fare un articolo curato, che abbia un senso e che sia piacevole da leggere serve tempo e impegno. E’ il solito discorso della qualità che mal si associa alla quantità e al basso costo. Logico che non si può perdere due ore di tempo per raccogliere materiale e  scrivere con cura (lasciamo da parte il peso dei costi fra benzina, abbonamenti vari fra cellulari, internet, etc etc) quando quelle ore vengono pagate complessivamente al massimo  12 euro lorde. Meglio andare a raccogliere la frutta,  lavoro nobilissimo al quale ogni tanto mi dedico aiutando mio zio nell’azienda di famiglia, dove il guadagno orario è di certo superiore. Quindi, ben vengano, per ogni testata - tutte - che gioca al risparmio dei costi, gli studenti che scrivono per hobby in cambio degli accrediti al teatro piuttosto che negli stadi, i pensionati “d’oro” che non hanno problemi economici, hanno tempo, voglia di impegnarsi ancora ed una professionalità alle spalle che gli permette di dire ancora la loro e altri per i quali il tesserino è ancora un bell’oggetto da esibire per entrare gratis nelle fiere, visitare  gratuitamente mostre e monumenti e, a volte, ottenere sconti al cinema.

 

Nel mio lungo percorso - ho iniziato a scrivere nel 1991 - ne ho incontrati di tutti i generi. Da quello (non il solo) che m’ha chiesto di scrivere qualcosa a suo e consumo - ovviamente gratis - perché “a te viene bene e subito: io dovrei metterci tanto di quel tempo che son negato. Eddai, che ti costa?” , all’ultimo in ordine di assurdità, fra l’altro editore per lungo tempo di un settimanale diffuso, poi ceduto ed ora alle prese con l’on-line, che si è fatto telefonare per chiedermi di mandargli - ovviamente gratis - un pezzo da me scritto per il Carlino che gli piaceva per poi pubblicarlo sul suo sito di notizie. “Dai, se non hai tempo di elaborarlo tu, lo modifico io….”. E questo sarebbe un editore. Ovviamente ho risposto di no, frenandomi dalla tentazione di mandarlo al diavolo considerando che non lo sentivo da anni e non è mai stato particolarmente brillante anche all’epoca in cui ho scritto per quel settimanale di cui accennavo. Ma che crescita è possibile in contesto così caratterizzato in cui  professionalità è una parola usata solo perché suona bene e riempie la bocca?

(Monia Savioli)

 

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