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SEGNALI DI FUMO DA BOLOGNA: "Mille anni fa, a Bologna?"

Pubblicata il 12 gennaio 2014

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SEGNALI DI FUMO DA BOLOGNA: "Mille anni fa, a Bologna?"
31 dicembre 3013. Nella luminosa capitale dell’impero dell’armonia, Nuova Pechino, alcuni archeologi imperiali hanno rinvenuto e faticosamente tradotto un antico reperto che narra usi e costumi locali di un’antica popolazione che abitava l’attuale Bo-Lon, piccola cittadina situata all’estrema periferia delle regioni della Cina europea. Ecco una sintesi dei principali fatti di cui si discuteva oltre mille anni fa in quella che allora era ancora una fiorente città mercantile. Al tempo era denominata: “Bologna”, ed era abitata da popolazioni di antica origine Etrusca che furono per alcuni decenni del secolo ventesimo ferventi seguaci di una religione (ormai scomparsa) condivisa anche dalle lande contigue, assieme alle quali formavano il triangolo “dell’Emilia Rossa”.

Il Ciclone Renzi
Pare che l’antico regno dell’Emilia Rossa, dopo anni di decadenza, tracollò definitivamente proprio nel 2013 a causa della contemporaneità di due eventi: uno politico e uno atmosferico. La non-vittoria dell’imperatore Bersano I alle elezioni dell’impero di inizio anno segna infatti la definitiva eclisse anche per il Governatore Errano e per molti suoi dignitari. Pesantemente fiaccate dalle scorribande di barbari riuniti sotto le insegne dei Pentastellati, demotivate dalla corruzione che albergava nelle dimore dei dignitari, le truppe dell’Emilia Rossa si arruolarono in massa nella guarnigione del Granduca di Toscana. Anche il Primo Dominus di Bologna Virginius, dopo averlo inizialmente contrastato, si convertirà facendo atto di fedeltà al Granduca. Molte testimonianze su fogli cartacei (miracolosamente conservati) raccontano che queste tensioni politiche sarebbero avvenute in contemporanea a un altro curioso fenomeno meteorologico di quell’anno: il Ciclone Renzi.

Referendum
Nella gaia città di Bologna era uso, a quei tempi, promuovere consultazioni cittadine sul Governo dell’urbe. Particolarmente accesa fu la disfida sulla pecunia pubblica da versare nelle casse di istituti privati adibiti all’educazione degli infanti. Da una parte stava un piccolo gruppo di cittadini promotori del quesito, dall’altra il Primo Dominus, il Gran Sacerdote, diversi Gazzettieri e tutti gli altri potenti della città. Ebbene, a sorpresa, il manipolo di cittadini riunito nella consorteria dell’”articolo 33″ vinse la consultazione che chiedeva di rimettere quei fondi a disposizione delle casse del Regno: i bolognesi dettero loro ragione. Tuttavia il Primo Dominus Virginius, indispettito dal risultato e per non scontentare il Gran Sacerdote (che era poi il protettore/padrone di quasi tutti gli istituti che incassavano tale mercede), non tenne conto del giudizio del Popolo invalidando il risultato.

Bologna calcio
Oltre mille anni fa era consuetudine, nell’antica Bologna e nelle città vicine, riunirsi a migliaia in anfiteatri circolari per assistere al cosiddetto gioco della palla. La blasonata compagine petroniana non disputò quella stagione grandi incontri, soccombendo così tante volte agli avversari che verso la fine dell’anno si temettero tumulti. Particolarmente odiato dai bolognesi era il Preside Albano, magnate della squadra, a cui veniva rimproverata più che la scarsità di pecunia la scarsità d’ingegno e una certa propensione a raccontar balle.

Bolobene - Bolofeccia
Pare, leggendo dalle cronache a stampa, che in quell’anno infuriò una spaventosa e sanguinosa battaglia, una vera e propria guerra civile, che ebbe come epicentro il campo Margherita alle porte della città. La battaglia scoppiò tra due fazioni di giovani bolognesi, i “Bolobene”, patrizi e agiati e i “Bolofeccia”, plebei di bassa estrazione sociale. Alcuni studiosi però contestano questa ricostruzione. Tracce rinvenute nel maremagnum dell’infosfera e riemerse di recente tendono a ridimensionare di molto l’episodio derubricandolo a una semplice e puerile scazzottata tra ragazzotti.

Scontrinogate in Regione
L’Emilia Rossa e suoi dignitari, già provati dal fallimento di Bersano I e dal declino di Errano dovettero fare i conti durante quell’anno infausto anche con lo scandalo che scoppiò all’interno del Palazzo del Moro. Emersero infatti comportamenti disdicevoli da parte di alcuni ciambellani e costumi da basso impero a cui erano usi molti dignitari di corte, facili ai bagordi e alle mollezze del buon vivere mentre il popolo era gravato da stenti e carestie.
Tra i casi più clamorosi che troviamo conservati nei registri dei pubblici inquisitori possiamo citare quello del gran ciambellano Monarus, uomo uso ai piaceri di gola e avvezzo ad albergare in confortevoli ostelli a spese del popolo, e quello del gerarca Vecchius detto il “viaggiatore”, il quale pur avendo casa in città sosteneva di esser costretto a percorrere centinaia di leghe per giungere dal suo Castello al palazzo del Moro e chiedeva per questo motivo un lauto rimborso, arricchendosi attingendo a piene mani dalle casse del Regno.

Motorshow e Fico
Cantami o diva del Pelide Alfredo l’ira funesta che così tanti lutti addusse ai felsinei. Così inizia il poema che narra della guerra del Motorshow tra la Lega Lombarda e la città di Bologna, causata dal ratto della Kermesse perpetrata dal Pelide Alfredo, che non vide però nè vinti nè vincitori poichè della mostra dei motori non fregava più nulla a nessuno. Perso il Motorshow, nell’anno 2013, si presentò poi a Bologna il Conte Farinetto: egli riunì i notabili della città, i potenti signori delle gilde e i ricchi mercanti e li ammaliò: “Bolognesi non siate tristi per il Motorshow”, disse il Conte, “ho in serbo per voi un’idea bellissima, talmente bella che che l’ho già chiamata Fico”. Gioia e gaudium magnum si impossessò immediatamente degli astanti, allora il Conte Farinetto, che di conti se ne intendeva, disse: “Oh ragazzi: io ci metto l’idea, voi ci dovete mettere cinquanta milioni…”

La saga del Logo
Sul finire dell’anno le cronache narrano di un concorso indetto dal creativo di Corte Leporino per rinnovare lo stemma della città: venne bandito un editto che fu diffuso in tutto il mondo allora conosciuto, dalla Galilea alla Lapponia, e in tanti accorsero a Palazzo dalle più remote lande per mostrare i disegni con il loro stemma. Alla fine della gara Leporino esultante annunciò il vincitore: era stato scelto lo stemma di una coppia di barbari Giuliani che avevano inventato un algoritmo di origami che cambiava forma e colore a seconda del nome che ci mettevi dentro: “è stupendo”, disse Leporino, “è creativo, è virale, è moderno e crossmediale...”
“Ma Leporino”, disse un giovane, “il popolo è scontento”.
“Vedi giovane, il popolo è sempre scontento, poi capirà...”, rispose bonario Leporino.
“Ma Leporino “, disse un Umarel, “non si capisce un cazzo...”
“Caro Umarel”, rispose Leporino, “non capire un cazzo al giorno d’oggi è una fortuna...”
“Ma Leporino”, disse un gazzettiere, “Adesso cosa ci mettete sulla carta intestata?”
“La carta intestata è stata abolita”, rispose un po’ irritato Leporino, “D’ora in poi per comunicare usate solo WhatsApp”. E se ne andò.

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