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DETTAGLI DELLA GRANDE STORIA: “Noi donne e la guerra '15-18”

Pubblicata il 3 giugno 2015

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Crocerossina aiuta un militare ferito. Manifesto di Marcello Dudovich
Le donne nella Grande guerra? Nel centenario italiano è questa una delle domande che circolano con più insistenza. All'inizio del Novecento le donne del nostro Paese non votavano, molte di loro erano analfabete, e anche le più acculturate non avevano diritto di concorrere alle decisioni riguardanti la collettività.
La loro presenza, tuttavia, cominciava a essere percepita: in un partito come quello socialista, in certe organizzazioni sindacali, associazioni e giornali…
Quando nell'estate del 1914 scoppiò la guerra, la voce delle donne si fece sentire anche da noi. È del 2 agosto il manifesto “Non vogliamo la guerra!” pubblicato sul quindicinale “La donna lavoratrice”, una presa di posizione che fa eco a quella dell'Alleanza mondiale delle suffragiste. Fu inutile. Il 24 maggio 1915 l'Italia entrava in guerra contro l'Austria-Ungheria. Il governo aveva scelto di schierarsi con le potenze dell'Intesa, il parlamento si era piegato, e le donne italiane - madri, mogli, sorelle, fidanzate o solo cittadine - dovettero fronteggiare l'emergenza, mentre il pacifismo evolveva verso un più generico neutralismo.

Conoscere quale fu veramente il sentire di milioni di donne d'ogni ceto, e se mutò nel tempo, è difficile. Sappiamo di scrittrici e intellettuali favorevoli all'intervento, come l'imolese Sfinge, ovvero Eugenia Codronchi, che già nel febbraio del 1915 iniziava a pubblicare sulla “Gazzetta del Popolo” di Torino racconti volti a sostenere con fervido patriottismo l'entrata in guerra a fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia.
Bologna, Sala schedatura notizieSappiamo delle infermiere volontarie, quasi tutte di famiglie altolocate, che sotto il segno della Croce Rossa resero servizio negli ospedali da campo in prossimità del fronte, nei treni ospedale, negli ospedali delle retrovie. Qui videro da vicino l'orrore di mutilazioni e amputazioni, ressero i disagi delle sistemazioni di fortuna, affrontarono il rischio delle epidemie: dal tifo, al colera, alla spagnola. Alla fine del conflitto queste volontarie, di cui era ispettrice generale la duchessa Elena d'Aosta, erano diventate quasi diecimila.
È da credere che il “bianco esercito” (così viene chiamato), abbia alleviato le sofferenze di feriti e malati, per cui nell'immagine della crocerossina, proposta con tratti suggestivi nelle cartoline di propaganda bellica di tutti i Paesi, avvertiamo meno la retorica che pesa in molti casi.

C'erano però anche altre sofferenze da alleviare, diffuse ovunque nel Paese. La guerra aveva coinvolto in modo capillare gli italiani, un popolo prevalentemente contadino e ancora largamente analfabeta, nonostante gli sforzi dello stato unitario e delle comunità locali.
Raggiungere i propri cari al fronte, avere e dare notizie, rompere il silenzio attraverso la corrispondenza - ché altro mezzo allora era impensabile - fu il cruccio di tanti che avevano visto gli uomini partire da casa. Rispose a questo bisogno un più numeroso “esercito” femminile.

Era nato a Bologna per iniziativa di alcune nobili che, guidate dalla contessa Lina Cavazza Bianconcini, costituirono un Centro per favorire i collegamenti tra le famiglie e i militari mobilitati al fronte o nelle retrovie. Fu denominato Ufficio Notizie alle famiglie dei Militari di Terra e di Mare.
Da Bologna - capofila dell'iniziativa - diramarono in vari centri abitati dell'Italia analoghi Uffici notizie, comitati e sottocomitati. L'organizzazione fu riconosciuta da istituzioni pubbliche e private, e anche dal Ministero della Guerra che mise a disposizione proprio personale, ma rimase sempre connotata da una presenza e dirigenza femminile.

Alla cerimonia di chiusura dell'Ufficio il 1° luglio 1919, la Bianconcini Cavazza avrebbe detto: «Solenne 

 di sé stessa questa adunata, che rinnova quella di donne che con cuore ansioso e tenero venneroImola, Palazzo Zampieri sede Ufficio Notizie ad offrire ciò che potevano offrire in aiuto ai fratelli in armi, nel terribile momento che Italia tutta fu in piedi. Offrirono il loro amore, la loro pietà, il paziente, angosciato lavoro. Ben poca cosa in confronto di chi poté dare la vita, ma grande cosa per il sentimento che spinse all'aiuto di chi dolorava, di chi era in ansia, di chi, senza conforto, avrebbe forse disperato!».

Chiarissimo emerge il nodo di emozioni e affetti che legò la Cavazza e le sue collaboratrici al compito che si erano date. Giorno dopo giorno, all'Ufficio andavano in cerca di notizie persone di ogni condizione sociale, donne e uomini sospesi tra speranza e timore circa la sorte dei loro cari, mentre tra le mani delle volontarie passavano dispacci, telegrammi, biglietti o cartoline con annunci di morte da comunicare ad altri uffici o ai familiari stessi. Dell'immane lavoro di raccolta dei documenti e di schedatura delle informazioni, restano vasti giacimenti archivistici che solo uno sguardo superficiale e distratto potrebbe reputare freddamente burocratici.

Dell'Ufficio bolognese sorse a Imola una sottosezione che tenne la rete informativa di tutto il
Circondario. Lo presiedette Cleopatra Lorenzini, già direttrice didattica, e ne fu segretaria la maestra Tecla Magrini. AttornoCorrispondenza dal fronte a Cleopatra Lorenzini a loro si raccolsero alcune decine di donne che, con la penna in mano, svolsero un imponente lavoro di collegamento tra i soldati al fronte e le famiglie nelle retrovie, sollecitando informazioni dai Comandi dei Corpi di appartenenza e dagli ospedali da campo o territoriali. L'Ufficio si prese cura anche dei militari di varia provenienza degenti nei diversi ospedali allestiti in Imola, ne annotava l'arrivo, le cause del ricovero, la partenza o l'eventuale decesso, ed era così in grado di rispondere alle richieste giunte dagli altri Uffici sparsi in tutto il Paese. La documentazione è conservata presso la Biblioteca comunale di Imola.


Ricerca del soldato Giuseppe Cavina. Risulterà cadutoQuesta degli Uffici notizie fu, nella guerra 1915-18, una gran macchina, un reticolo molto esteso, che dovette dare agli italiani proiettati in un dramma collettivo di proporzioni impensabili, dentro un conflitto che la stragrande maggioranza non aveva neppure voluto, la sensazione di non essere al tutto soli. Quando, dopo Caporetto, il territorio imolese accolse una certo numero di profughi, l'Ufficio fu pronto a rispondere alle loro richieste: allontanati dalle loro case, essi cercavano di recuperare il contatto con i propri giovani che combattevano al fronte.
Nel corso di quasi quattro anni, centinaia e centinaia di residenti nei diversi comuni del Circondario si rivolsero all'Ufficio, soprattutto quando il lungo silenzio del proprio figlio - fratello - marito faceva temere il peggio: ne scaturirono migliaia di schede, cartoline, lettere che portano l'eco viva di situazioni concrete. In questi scritti compilati da donne si incontrano spesso altre donne. Sono le nostre nonne o bisnonne in ansia: Maria Franceschelli di Belvedere, che cerca notizie del marito Giuseppe Cavina; Rosa Casadio della «parrocchia [di] Mezzocolle fondo Lama», che vorrebbe sapere del fidanzato Giovanni Berti; Maria Bertoli di Imola, che il 15 dicembre va a chiedere del figlio Federico Berti, un giovane di vent'anni di cui da 40 giorni non sa più nulla. Maria abita in un quartiere piuttosto degradato della città, in via Giovanni Sassatelli, un vicolo angusto conosciuto come Cortilaccio. Sulla scheda una nota tardiva riporta: «morto il 26 ottobre [1915] in S. Lucia, sepolto a Gigini».

Notizie dal fronte all'Ufficio imoleseAlla fine del primo anno di guerra nei dieci comuni del Circondario i morti erano già circa 250, e avrebbero passato i 1500. Non solo le morti, ma anche l'assenza di uomini validi, creava disagi nella popolazione civile. Ne furono sintomo manifestazioni di donne verificatesi in Romagna tra il 1916 e il 1917, come quella di cui leggiamo sul settimanale diocesano “Il Diario” in un articolo del dicembre 1916. Un numeroso gruppo di donne di Sesto Imolese era venuto in città a protestare con l'autorità comunale per i continui ritardi nell'erogazioni di sussidi e di altre provvidenze. Vi fu qualche disordine attorno al Municipio e dovette intervenire la polizia. Davanti a noi stavano ancora circa due anni di guerra…

(Giuliana Zanelli)

Nota. Da qualche anno per conto del Cidra compio sondaggi sulla documentazione relativa alla Grande guerra conservata presso la Biblioteca Comunale di Imola con particolare attenzione ai comuni del Circondario. (g.z.)

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