Atrium: valorizzare la storia del territorio per progettare il futuro

Pubblicata il 10 novembre 2015

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ATRIUM: valorizzare la storia del territorio per progettare il futuro
Le vicende storiche, volenti o nolenti,  lasciano segni nelle città, testimonianze durevoli che si fanno patrimonio. Un patrimonio frutto di creatività, volontà e potere individuali ma anche di vita collettiva. Nel corso del secolo scorso abbiamo più volte assistito, grazie al potere globale che il progresso tecnologico ha consegnato ai media, alla distruzione di monumenti e di opere simbolo di regimi totalitari. Dal muro di Berlino (uno dei più epocali e clamorosi smantellamenti del secolo), alle statue rappresentanti i padri-padroni del '900 nei Paesi dell'Est europeo e del Medioriente, per stare, per così dire , vicino a casa. Reazioni di popolo, spesso, che, in un rito liberatorio e simbolico, hanno rappresentato il tentativo di un colpo di spugna sul dolore e le sofferenze che i regimi totalitari hanno inflitto a moltissime persone e sui fallimenti storici di cui sono stati protagonisti. Dimenticare è forse il termine più prossimo ad un'azione reattiva che al contempo esprime speranza e volontà di un futuro altro. Tuttavia molte visibili tracce rimangono nello spazio urbano di città e centri abitati con il loro portato storico e di testimonianza a formare un patrimonio scomodo eppure già parte della vita di migliaia, milioni di persone. Una domanda dunque sorge spontanea: è giusto e conveniente distruggere i segni della storia per cancellare la memoria di un vissuto che ha segnato il percorso di generazioni intere? Si dice che il tempo cura le ferite ma questo non avviene senza un apporto attivo e consapevole dei soggetti e delle comunità. In altre parole, senza elaborazione individuale e collettiva. Già perché bisogna dimenticare per ricordare, ma rimuovere equivale ad un'opera di mutilazione e dunque autodistruttiva che impedisce un processo di evoluzione. I regimi autoritari sono caratterizzati, come ogni altra epoca storica, da una cultura, una visione del mondo e dell'Uomo, da un linguaggio e da stili estetici e relazionali. All'indomani della loro caduta si formano, in tendenza antagonistica, linguaggi tabù, parole tabù, luoghi tabù, per il loro forte potere evocativo negativo nel senso comune. I luoghi e gli spazi  tabù rappresentano “ferite” nel paesaggio urbano tanto da finire a volte in rovina per anni, dopo destinazioni temporanee e precarie in un presente che tende a coprire e a rimuovere. Ma la storia non si cancella ed è già parte di tutti noi.

ATRIUM: una rotta europea
E allora a Forlì è nata la sede italiana di ATRIUM, la rotta culturale del Consiglio d'Europa sulle architetture dei regimi totalitari europei del XX secolo. La rotta “si fonda su una distanza temporale ma soprattutto politica ed etica dai regimi e vuole promuovere l'esperienza della visita turistica come momento di consapevolezza critica oltreché di approfondimento sui suoi segni architettonici e urbanistici. Il patrimonio lasciato dai regimi autoritari nelle città europee è un patrimonio scomodo ,una “dissonant heritage” , un argomento delicato “. Così spiegano il progetto i promotori  della rotta che hanno dato vita ad un'associazione di cui fanno parte 15 enti pubblici di 6 Paesi dell'est e Ovest d'Europa e si avvale della collaborazione di 27 Università europee per lo studio e il censimento delle architetture dei regimi totalitari. I Paesi  che partecipano alla rotta, di cui Forlì è città capofila, sono la Grecia (con le città di Tessaloniki, Rodi), l' Albania (con la capitale Tirana), la Bulgaria ( con Sofia e Dimitrovgrad), l' Ungheria (Dunaùjvàros), Bosnia Erzegovina (Doboj), Romania (Iasi County), Croazia (Labin) e naturalmente l'Italia con le città di Forlì, Predappio, Cesenatico, Castrocaro Terme, Bertinoro-Fratta Terme. 

 Un Festival per ricordare, elaborare, reinventare in punta di piedi
Dal 18 settembre al  25 ottobre Forlì, nell'ambito del progetto ATRIUM ha organizzato “Forlì città del Novecento, il festival”, una kermesse nel corso della quale si sono svolte 6 visite guidate, 3 laboratori, la presentazione di 4 tesi di laurea sul tema e di 2 libri, 5 conferenze , 3 spettacoli teatrali , 4 mostre eventi che hanno riscosso un grande successo di pubblico. L'operazione, di riflessione culturale a 360 gradi, ha coinvolto molte realtà territoriali che hanno concorso attivamente alla realizzazione del Festival che ha finito per assumere un carattere non di somma di eventi ma di coinvolgimento culturale della comunità territoriale con spunti di conoscenza e di elaborazione della sua stessa storia. Un'opportunità per consapevolizzare e far riemergere una memoria che si è fatta trasmissione concreta alle generazioni più giovani.  Il Festival si è svolto su percorsi urbani con il trekking che ha ripercorso la filiera di lavorazione delle carni a Forlì negli anni '20-'40, con la visita alle testimonianze Liberty e Decò delle Terme di Castrocaro e ai luoghi degli orti di guerra poi divenuti orti per gli sfollati fino alle contemporanea esperienza degli orti degli anziani e nel ritrovato edifico dell'ex GIL, la casa del Balilla che ha ospitato gran parte degli incontri e le 4 mostre. 

 La Casa del Balilla di Cesare Valle: la mostra prorogata fino al 15 novembre
L'ex GIL intitolata a Bruno Mussolini figlio del Duce morto tragicamente in un incidente aereo è nel viale della Stazione Ferroviaria a Forlì. Fresca di restauro non ancora terminato e con un cantiere ancora in corso, era un luogo chiave della nuova Forlì, città natale di Mussolini,  per la quale il Duce prevedeva un grandioso sviluppo urbanistico in ottica di propaganda autocelebrativa. E infatti molti furono gli edifici realizzati nella convinzione che il settore edilizio fosse strategico nello sviluppo dell'economia.  Dotata di Teatro, Auditorium,  diversi  impianti sportivi (piscine, palestre, campo di calcio in parte ancora in uso), spazi culturali, era una vera e propria fabbrica del consenso frequentata dalla gioventù fascista. Progettata dall'architetto romano Cesare Valle , progettista anche di quella di Predappio e di altri edifici, è una costruzione dalle forme affascinanti, tipica del gusto e dello stile del periodo, rimasta in rovina per diverso tempo e oggi recuperata. Fra le mostre ivi allestite nell'ambito del festival, anche quella dedicata a Cesare Valle e al suo lavoro, “Cesare Valle. Un'altra modernità. Architettura in Romagna”. Visitata da migliaia di persone tanto da indurne la proroga di apertura al pubblico fino al 15 novembre, espone i disegni di Valle che oltre al progetto strutturale ha disegnato gli arredi che un tempo collocati negli spazi interni dell'edificio. Oltre al pregio dei disegni in mostra e ai documenti  messi a disposizione dalla biblioteca e dall'archivio di Stato della città, il percorso espositivo esprime la concezione di un futuro secondo la quale l'investimento sulla formazione fisica e culturale dei giovani era strumento decisivo di formazione ideologica e dello stile di vita richiesto. La visita alla mostra è un'occasione di riflessione e di apprendimento che ricostruisce, per quel che oggi rimane, un filo conduttore di storia urbana e del territorio romagnolo che dà conto del periodo del ventennio attraverso l'architettura come narrazione ed espressione di potere, da valorizzare oggi a livello turistico in un'azione che svela e rivela allo sguardo. Edifici come la colonia dell'Agip a Cesenatico, palazzo Varano e la Casa del Balilla a Predappio anch'essi in mostra, sono alcune delle realizzazioni edilizie che rimangono a testimonianza dei grandi progetti dell'epoca di cui vi sono altri esempi  in Romagna di forte impatto visivo, come Le Navi a Cattolica. In un convegno svoltosi con la Bauhaus, a chiusura delle giornate dedicate a questo percorso culturale,  si è sottolineato come questo patrimonio possa assumere altri significati nelle democrazie e possa essere rielaborato dalle comunità per ricollocarlo nella contemporaneità liberandolo dal legame con le dittature. Un'idea suggestiva e originale sulla quale ben calza il neologismo indovinato dissonant heritage che ha il pregio di sintetizzare un pensiero innovativo che guarda la storia in modo diverso e creativo, come questo percorso “in punta di piedi” dimostra grazie ad un'operazione culturale innovativa e di verità che, a differenza della censura, che nasconde, mette in evidenza e ripensa quei luoghi riabilitandoli come risorsa culturale e turistica. Un'azione di responsabilità verso le generazioni future che fa della memoria non un fattore celebrativo ma di formazione.  

 
(Virna Gioiellieri)

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