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25 novembre, NO alla violenza sulle donne ma capire è fondamentale

Pubblicata il 24 novembre 2015

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25 novembre, NO alla violenza sulle donne ma capire è fondamentale
Un altro 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, Ricorre. In questa ricorrenza ritroviamo appuntamenti, iniziative, scritti che ci ricordano i numeri e che in un modo o nell'altro cercano spiegazioni e tracciano bilanci del fare nell'anno appena trascorso. Già, ma è banale dirlo, negli altri 364 giorni le donne continuano ad essere uccise dai loro compagni, mariti, padri, fratelli. Non scrivo nulla di nuovo e le ricorrenze sono tali anche nel dire, un dire più concentrato che negli altri giorni dell'anno, oltre la cronaca, ma che rischia la mera ritualità.

Un po' di dati
I dati presentati dall'Istat nel giugno scorso e relativi al 2014 non sono confortanti: 115 i femminicidi e varie le tipologie di violenza, le più gravi commesse da partner attuali o ex. Alcune di queste sono in calo, ma complessivamente aumenta il livello di gravità. Il 12 novembre scorso sono stati presentati i risultati della ricerca sugli stereotipi sessisti promossa dal Comune di Imola (Assessorato Pari Opportunità) in collaborazione con l' Università di Bologna, Dipartimento di psicologia. Le informazioni che riceviamo dall'indagine fanno riflettere e richiedono un approfondimento, inevitabile per individuare strategie efficaci di contrasto e prevenzione. Soprattutto colpiscono le percentuali (elevate) di chi conosce un uomo che ha commesso una qualche forma di violenza (44%), delle donne che hanno subito una forma di violenza (46%) e di chi conosce una donna che ha subito violenza (51%). Colpisce altresì il livello di percezione e di valutazione della violenza, basata su stereotipi, ancora radicati, per cui atteggiamenti aggressivi e/o violenti sono normali se limitati, rivelando una concezione delle relazioni di coppia in cui il controllo e il potere dell'uno sull'altra sonoparadigmatici. Colpisce infine che diversi giovani  pensino che i casi di violenza vadano risolti e tenuti nel privato. Queste tendenze risultano perfettamente allineate con la rilevazione curata da WE World Onlus insieme a Ipsos con il patrocinio della Camera e del Dip. Pari Opportunità del Governo. Rilevazione che ha trovato spazio quasi nullo nella stampa nazionale evidentemente più incline alla cronaca scandalistica che impatta sulla sfera emotiva dell'opinione pubblica indotta a schierarsi “a sentimento”, che a svolgere un ruolo di approfondimento teso a fornire strumenti culturali di comprensione e di approfondimento del fenomeno, interrogando le persone sui modelli in base ai quali vivono e costruiscono le relazioni.

Non solo emergenza
Quante volte si è detto in questi anni che ciò che sappiamo rappresenta solo la punta dell'iceberg? Già perché solo l'11% circa denuncia la violenza subita. Farlo significa per ogni donna, intraprendere un percorso coraggioso, difficile, di rottura col passato e di un profondo lavoro su di sè, condizioni indispensabili per uscirne. Le donne portano una responsabilità, non sono innocenti dal momento che per lunghi periodi, spesso anni, convivono con ambiguità in un modello di relazione che non riconosce loro il diritto di autodeterminazione della propria vita. Le donne che denunciano chiedono aiuto e sostegno e non è detto che non ritornino sui loro passi. Ma cosa significa la punta dell'iceberg? Significa che le pratiche violente sono assai più diffuse e invisibili perché si consumano fra le mura domestiche. Significa che quando esse si manifestano si è già all'emergenza. I servizi preposti, la presenza di politiche e strategie (quando ci sono) che assicurano risposte sono importanti ma hanno un prezzo altissimo in termini economici per la collettività. Serve quindi intervenire sulle cause, assai complesse e di natura culturale e attivare strategie di prevenzione. Per questo la violenza cosiddetta di genere non è un problema di sicurezza e di efficace intervento delle forze dell'ordine che pure sono impegnate sul problema e in certi casi preparate e competenti. Intervenire sulle cause significa mettere in discussione il modello predominante delle relazioni, in specie quelle affettive, gli stereotipi su cui si fonda il rapporto fra gli uomini e le donne. In una parola, significa prefigurare un sistema nuovo delle relazioni sociali e private fondato sulla capacità di espressione e di gestione delle emozioni, sull'assunzione di responsabilità delle scelte, sul superamento dell'amore come tabù, sulla reciprocità e il riconoscimento fra i sessi.
 
Intervenire sulle cause culturali per prevenire
Alcuni di fronte al termine “femminicidio” reagiscono inorriditi derubricando a comuni omicidi la violenza consumata sulle donne. Ma il termine, è utile ricordarlo, viene coniato per nominare un tipo di violenza che ha radici nel rapporto fra i sessi e nella cultura sulla quale esso è fondato. E' quindi un termine che svela, rende più visibili le cause e orienta la ricerca di strategie di prevenzione con obiettivi chiari di intervento. Del resto non solo i femminicidi ma anche il riconoscimento di altre forme di violenza, economiche e psicologiche, allargando la visione su manifestazioni che hanno origine in schemi di discriminazione del genere femminile pubblici e privati, confermano la natura sessista del fenomeno. Di recente Lea Melandri, della libera Università delle donne di Milano, femminista di lungo corso, intervenendo ad un seminario della Caritas ha proposto un'analisi che condivido pienamente e che offre una chiave convincente di lettura e un possibile percorso di prevenzione. Melandri sostiene che la violenza invisibile corrisponde ad una visione maschile del mondo che le donne hanno incorporato e che si è radicata nella loro vita. E' nella vita intima, che si è creata una profonda complicità incolpevole sancendo una relazione sì di potere del maschio sulla femmina ma anche d'amore. Una complementarietà che non è reciprocità perché l'una è subordinata all'altro, il chè spiega la sopportazione delle forme di violenza anche per molti anni da parte delle donne. E' il femminismo degli anni '70 che ne prende coscienza inaugurando una stagione in cui si parla apertamente di violenza sessuale e del rapporto fra pubblico e privato, compiendo un percorso collettivo di lavoro su di sé e di consapevolezza. Percorso che gli uomini non hanno mai fatto. Nel 2007 ci sono state manifestazioni con migliaia di donne nelle piazze su cui i media poco hanno scritto come sui centri antiviolenza. In Italia si è consolidata una sorta di ostracismo in proposito. Le riflessioni, le elaborazioni sull'analfabetismo che investe la sfera sentimentale e la vita intima rappresentano un enorme patrimonio di sapere chiuso negli archivi che aiuterebbe oggi ad avviare un percorso di prevenzione della violenza. L'amore c'entra nelle forme in cui l'abbiamo ereditato, dominio particolare della sfera intima, che amore tuttavia non è se è vero che si consumano violenze dove non vorremmo vederle. Occorrono analisi coraggiose , dice Melandri. La dualità su cui si fonda il rapporto fra uomini e donne dove i primi sono cultura e mente le seconde corpo e natura, conduce all'affidamento alle sole donne del corpo e della sua cura. Questa violenta divisione sessuale del lavoro  e fra pubblico e privato ( si fa riferimento alla sfera privata del lavoro di cura affidata alle donne e la sfera pubblica affidata all'uomo) svincola dalla visione della salvaguardia e della conservazione della vita. Il tema della conciliazione e dei tempi di vita è un tema anche per gli uomini e certo se questi avessero più dimestichezza e più assunzione di cura del corpo darebbero la morte meno facilmente. Se dunque si tratta di un problema culturale, è  questa la cultura di cui parliamo, quella ereditata dal potere maschile, che interroga la normalità. Il rapporto fra uomini e donne, va quindi messo al centro dei processi culturali e delle politiche per le conseguenze che produce sull'ordine sociale e sul sistema delle relazioni. Occorre pertanto un'educazione diversa fin dai primi anni di vita e anche degli adulti per lavorare sulla normalità delle vite. Un'analisi lucida qui parzialmente riportata, che tratta nel merito e spiega la natura culturale della violenza di genere, individuandone le cause e ponendo complessi interrogativi su quali debbano essere le strategie e gli interventi per una seria ed efficace politica di prevenzione. Penso tuttavia che questo non sia possibile senza un coinvolgimento consapevole della comunità e dei soggetti preposti che produca un'azione concertata, costante e consapevole che è altra cosa rispetto ad azioni parziali, soliste, poco meditate che non esprimono un sistema culturale alternativo ed efficace per la rimozione delle cause di un problema che non si risolve con risposte alla sola emergenza e che richiede analisi più profonde e condivise.  

 

Virna Gioiellieri

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