Ve la racconto brevemente: arrivati vicino agli ottant’anni a mio marito e a me sono capitate due cose, che possono sembrare uguali, simili, ma in realtà sono ben diverse.

Lui si è rimbambito e si è dovuto pure mettere in carrozzella. Io, invece, solo sulla carrozzella. La differenza c’è. Sono carambolata dalle scale: maledetti tacchi! e non ho più ripreso l’uso delle gambe. Ma la testa, io, ce l’ho buona!

Lui invece, mio marito, pensate un po’ si è ridotto che mangia le spugne, le divora.

«Ma cosa fai?» gli grido dietro! Lui mi guarda e se va bene sorride dicendo che gli piacciono, altrimenti si arrabbia e mi dice che non gli preparo mai qualcosa di così tenero.

Non sono io che cucino ormai.

Siamo passati alla badante. Prima era una ragazza somala, buona, ma teneva la cucina come un tugurio, non sapeva far funzionare il forno, cucinava sempre quelle quattro verdurine. E la pasta fatta in casa, che è il nostro piatto preferito, cosa volete mai… non aveva mai viso il matterello!

Allora abbiamo trovato una signora marocchina che cucinava non male, ma così speziato e piccante che soffrivamo tutti e due di gastrite. E poi non ci capivamo, non una parola, lei riusciva a spiccicare solo sì, no, noi due provavamo a gesti e mi sembrava di rincretinirmi anche a me! Non si può…

Allora abbiamo cercato ancora e adesso siamo proprio, proprio a posto. Con noi vive una moldava: una bella donna alta, forzuta, una cuoca eccellente, tiene la cucina meglio di quanto non facessi io. Sta imparando l’italiano che è una meraviglia e il suo accento mi piace moltissimo. Io sono rinata e mi pare anche mio marito che, nella sua apatia, ogni tanto allunga la mano e le guarda sempre il petto con occhi acquosi.

anziano

Uscire noi tre, insieme, è divertente: la badante spinge me, io spingo mio marito; facciamo il trenino e lui, in prima fila, si diverte! È tornato davvero indietro negli anni. Quando viene a trovarci nostro figlio mio marito vuole sempre sapere chi è: «Chi siv vò?» gli chiede appena lo vede entrare nella stanza e dopo l’ovvia risposta replica: «Voi siete un bugiardo, a si un busèder, siete così vecchio, mio figlio è un bambino! L’è un babì!» Mio figlio un po’ si arrabbia e un po’ ride e la badante vuole sapere da me cosa si dicono.

Io mi sono realizzata: faccio la traduttrice con mia grande soddisfazione.

Sì, la traduttrice, perché mio marito ora parla con tutti solo in dialetto, come quando era bambino, e la nostra badante non lo capisce, allora io traduco nell’italiano più semplice che conosco, lascio i verbi all’infinito e mi sembra di essere dentro a un film!

La badante chiede e io vado con la traduzione perché lei non vuole rimanere indietro, se c’è da ridere vuole ridere anche lei. Mi sembra giusto, già sta sempre con due vecchi…

Ieri ero un po’ triste, avevo nostalgia del mio paese dove sono nata e cresciuta. Raccontavo alla mia badante della campagna, del fiume, delle valli, della nebbia, dei larghi spazi, dei tramonti.

«Anche in Moldavia così!» mi ha risposto commossa pure lei.

Allora ho guardato mio marito, assorto, con la bocca aperta, che cantilenava qualcosa di incomprensibile e gli ho detto: «Sai cosa facciamo? Quend ò di du e mor, me a torn a stè a e mi paes!» Mio marito non si è neppure girato ma la badante ha preteso la traduzione. Vuole imparare bene la lingua. Allora con chiarezza le ho tradotto: «Quando uno dei due muore, io torno al mio paese!»

Lei mi ha guardato un po’ perplessa: «Ma questa frase è sbagliata, non va bene, non si può dire!»

L’ho guardata con amore e riconoscenza: una donna curiosa e attaccata alle regole, soprattutto quelle grammaticali.

«Va bene così cara, va bene così, vedi… è un modo di dire delle mie parti! E… tranquilla, ti porto con me!»

(Roberta Giacometti)